Kintsugi

Kintsugi, letteralmente “riparare con l’oro”, è arte giapponese nata alla fine del Quattrocento, per restituire un valore a ciò che di per se lo ha perso, un valore magari superiore…
Cosa succede quando una tazza si rompe? I maestri ceramisti decisero di non cercare di cancellarne le ferite. Al contrario, la ricomposero con lacca urushi e polvere d’oro, lasciando che le crepe restassero visibili, luminose, come vene preziose che attraversano la fragilità.

Ecco che ogni oggetto riparato diventa irripetibile: nessuna rottura è uguale a un’altra, come la vita delle persone, nessuna è uguale ad un’altra. Ciò racchiude un pensiero potente: dalle ferite può nascere una forma nuova di bellezza, più autentica, più profonda.

Ogni tanto mi diletto in qualcosa di simile, non uso colla urushi ma resina epossidica pigmentata.

In questa versione, la resina rossa vorrebbe rappresentare il sangue: segno visibile della fatica e del coraggio necessari per rimettere insieme i pezzi.

Vale per le relazioni, per le organizzazioni, per tutto ciò che unisce le persone.
Le imperfezioni, gli incastri storti, le linee che, qua e la, non combaciano sono il segno che qualcosa è passato di lì, ma nonostante tutto, la relazione continua a vivere. Un segno che le cose non saranno più come prima, saranno come dopo e nonostante ciò saranno.

Come nel Kintsugi, anche la ricostruzione di un legame — personale o collettivo — è un’opera d’arte.
Un modo per dire che la fragilità non è una colpa, ma una possibilità. Il famoso portone che si apre quando una porta si chiude.

Che meraviglia.

Approfondimento a cura di

Damiano Quarantotto

Pratica a Trieste e online

bio e info
To top